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Investigazione criminale, Criminologia, Criminalistica, Intelligence, Sicurezza, Scienze dell'Investigazione e Forensi, Analisi Criminale Sistemica
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SICUREZZA E INVESTIGAZIONE Autore: Giovanni MANUNTA Proponiamo un saggio di Giovanni Manunta, luminare della Sicurezza e dell'Intelligence. Il saggio venne pubblicato in cartaceo da Detective & Crime nelll'ottobre del 2004. I  lavori di Manunta sono pietre miliari della SCIENZA DELLA SICUREZZA perché hanno la caratteristica dell'attualità, fissano principi di metodo e di contenuto, servono come base  per la ricerca scientifica e metodologica. Manunta, come “Uomo Sicurezza” guarda, percepisce, interpreta e risolve tutto in chiave di SICUREZZA. Nel saggio SICUREZZA E INVESTIGAZIONE tratta le problematiche  dell'investigatore privato e risponde a molti quesiti di approccio e operativi. 1 - PREMESSA SICUREZZA E INVESTIGAZIONE. A prima vista, si potrebbe pensare che si tratti di cose addirittura antitetiche: la missione dell’investigatore (ne parlo in senso lato, dal giornalista al curioso al professionista) non è certo quella di proteggere, ma quella di superare le altrui difese, cercare, scavare e riportare i risultati al cliente. A guardar meglio, si scopre invece che l’investigazione, così come ogni attività umana, ha a che fare con la sicurezza per diverse ragioni. La prima, fondamentale, ci è stata imposta con la cacciata dall’Eden. Alla maledizione biblica di doverci guadagnare il pane col sudore della fronte si è accompagnata quella di doverlo difendere, questo pane così faticosamente guadagnato. L’investigatore, anche quello che tratta di argomenti i più futili, non è certo esente dalla necessità di dover proteggere, almeno sino alla relazione al committente, il frutto del suo lavoro. A maggior ragione se si tratta di un prodotto esclusivo, o “sensibile”. La sicurezza del prodotto non ha senso, se manca quella del produttore. L’insicurezza è una legge di natura cui sono sottoposti anche gli investigatori. A maggior ragione se sono indiscreti, eccessivamente invadenti, e se il loro prodotto dà fastidio. Vi è poi da considerare il processo di produzione. Questo include l’oggetto di indagine, la decisione di investigare, la strategia investigativa, le fonti, le comunicazioni, l’informazione grezza, gli archivi, i luoghi, gli incontri, i movimenti, la trattazione delle informazioni, la loro disseminazione. Tutto questo va protetto. A maggior ragione quando si tratta di fonti sensibili, di indagati, di argomenti potenzialmente pericolosi. Una volta consegnato il prodotto (il rapporto informativo), non è detto che le necessità di sicurezza si esauriscano. Anzi, potrebbero addirittura aumentare, per imprudenza del cliente, per imprecisione del prodotto, o per rabbia dell’investigato. Bisogna allora considerare gli effetti del prodotto sul recipiente (il cliente), su eventuali terzi, e sull’oggetto (l’investigato), i processi che si innescano ed i relativi feed-back. Per finire, non bisogna dimenticare l’ambiente nel quale il processo investigativo avviene, e si deve porre particolare attenzione agli effetti che questo produce sulla pubblica opinione, sui processi politici, economici e sociali, e sull’interesse nazionale. L’impatto mediatico e globale del caso Cogne, e gli effetti negativi che ne sono derivati, ha dimostrato quanto grandi possano essere i danni di una comunicazione ignara di sicurezza, o ad essa indifferente. Insomma, bisogna ricordare che in molti casi l'investigazione può sollevare problemi di sicurezza, la quale, essendo multidimensionale, soggetta all’altrui iniziativa, pervasiva e sensibile, risponde ad una logica di sistema evolutivo aperto. L’investigatore prudente dovrebbe considerare non soltanto la sicurezza sua, del processo e del prodotto, ma anche quella della persona od organizzazione oggetto dell'investigazione, e del pubblico se necessario. E deve farlo non soltanto per altruismo o alto senso dell'etica professionale, ma anche per egoismo, dal momento che gli effetti negativi che lui stesso ha contribuito a provocare potrebbero ritorcerglisi contro. Una volta reso velenoso, l’ambiente lo è per tutti, indipendentemente dalla loro posizione, complicità, ostilità, indifferenza, o ignoranza. Un quadro generale tanto complesso potrebbe sembrare esagerato, addirittura romanzesco, a chi disquisisce, magari dottamente, di investigazione, ma non ha mai avuto seri problemi di sicurezza personale. Forse, non ha mai investigato. Assicuro i lettori, per esperienza professionale, che in molti casi l’ottimismo nasce dalla inconsapevolezza, e che, in materia di sicurezza, quando si mette il naso nei fatti altrui “melius est abundare quam deficiere”. Inoltre, in questa sede, mi interessa discutere il caso limite, quello in cui il rischio arriva sino a minacciare la sicurezza personale. E qui la mente corre immediatamente a quanti, in questo momento, stanno rischiando la vita sui fronti delle inchieste sulla criminalità, sui movimenti eversivi e terroristici, sulle sette, sulla corruzione, sull’area sporca del potere. Quanti investigatori sono caduti su questi fronti! Il mio argomento è che sono troppi: sono sicuro che qualcuno di essi sarebbe ancora vivo, se fosse stato meno disattento alla propria sicurezza. Per renderli più attenti, può essere utile sintetizzare e categorizzare. 2 - L'INVESTIGATORE DEVE ANALIZZARE I RISCHI Sintetizzando, ricordo, a costo di sembrare banale, che gli investigatori più a rischio sono quelli che operano in un ambiente insicuro, che trattano argomenti insicuri, o che toccano cose, persone ed organizzazioni pericolose. Si tratta di cose diverse, che però potrebbero combinarsi, ed allora il rischio diviene altissimo. Prima ancora di accettare, ed intraprendere, una investigazione, la persona prudente dovrebbe fare una seria analisi dei rischi, e decidere se si troverà, o meno, in siffatte condizioni. Categorizzando, bisogna saper distinguere, dal punto di vista della sicurezza, tra “inchiesta-intervista”  e “investigazione”. La differenza riguarda modalità, tempi, pianificazione e livello di rischio. Mentre l’inchiesta-intervista si fa in modo palese “tra” persone ed organizzazioni, una vera investigazione si fa sempre “contro” entità che in qualche modo si proteggono. Questo non vuol dire che, facendo una inchiesta, un investigatore non possa incappare in una serie di protezioni sollevate da chi si sente “minacciato”. Ma a questo punto l’inchiesta per proseguire deve rientrare nella seconda categoria, quella dell'investigazione “contro” ed agire nonostante le difese - e le reazioni- dell’investigato. Cosa di cui troppo spesso ci si ricorda solo quando è troppo tardi. 3 - SUPERARE LE DIFESE DELLA PERSONA “INVESTIGATA” Superare le difese di chi è investigato e proteggersi dalle sue reazioni richiede modalità operative riservate o addirittura clandestine (ma non per questo necessariamente illegali o immorali), attitudine ad assumere rischi, pianificazione accuratissima, grande prudenza, pazienza, e tempi molto lunghi. 4 - LA SICUREZZA PERSONALE DELL'INVESTIGATORE Che fare? I problemi di sicurezza, l’ho già detto, riguardano la persona dell’investigatore, il processo investigativo, il prodotto finale, il pubblico e le persone ed enti oggetto dell’inchiesta, e tutti quelli che da questa indagine vengono in qualche modo toccati. Nel sistema–sicurezza, ogni area influisce sull’altra. Bisogna dunque considerarle tutte, queste aree. La sicurezza personale dell’investigatore è certo l’area fondamentale. Senza sicurezza personale tutto il resto diviene inutile. Questa la si assicura secondo le note metodologie (analisi del bene da proteggere, analisi della minaccia, identificazione delle proprie vulnerabilità, valutazione del rischio, valutazione del sistema protettivo, messa in atto delle misure necessarie, controlli periodici), e riguarda il domicilio, il luogo di lavoro, la famiglia, le comunicazioni, l’agenda, il computer, l’archivio, la macchina, i movimenti, le fonti, gli incontri, gli ambienti a rischio. È fatta di conoscenza, attenzione, controinformazione, controsorveglianza, inganno e prevenzione, più che di protezione fisica e guardaspalle più o meno armati. Mira essenzialmente a non far incontrare la persona con la fonte di minaccia, dunque a proteggere in modo categorico le due vitali informazioni del dove e quando. Per questo motivo, la riservatezza personale, dell’agenda, dei movimenti, delle relazioni e delle comunicazioni sono fondamentali. 5 - IL “FAI DA TE” IN SICUREZZA È PERICOLOSO Per chi volesse saperne di più, ricordo che in materia di sicurezza il “fai da te” è non soltanto onanistico ma pericoloso. Niente sostituisce il parere e l’operato di un buon esperto. Razza rara, difficile da individuare in un mondo di mediocri e specialisti in marketing e pubbliche relazioni. Il buon investigatore sa organizzarsi e ben distinguere il grano dal loglio. Chi non sa farlo, smette presto di investigare. O viene fatto smettere, magari senza troppi complimenti. Bisogna dire a questo punto che avere un buon programma di sicurezza personale non basta, se poi rimane nel cassetto, diviene un oggetto di culto da venerare con fede incrollabile, o si affida eccessivamente a tecnologie ed a terzi. La sicurezza non la si venera nè la si compra, ma la si conquista giorno dopo giorno. Le necessità di sicurezza variano con la situazione, le persone ed il tipo di indagine. Prima di tuffarsi in acque pericolose, un buon investigatore investigativo individua i problemi, valuta i rischi e pianifica le sue difese di conseguenza. E rivede i suoi piani prima di ogni nuova mossa. 6 - SICUREZZA E METODO Avendo reso sicura la sua persona, l’investigatore può passare a rendere sicuro il processo investigativo che si accinge ad intraprendere. Se il problema della sicurezza personale è stato affrontato per tempo ed in modo congruo, e rivisto alla luce delle nuove problematiche di ricerca, l’investigatore ha già fatto molto del lavoro, e si tratta solo di adattare il vestito al problema. Qualunque modello di processo informativo gli dirà cosa considerare, oltre all’oggetto, la strategia e l’obiettivo della ricerca: le fonti (→ individuazione → valutazione → avvicinamento →  reclutamento → gestione → contatto → sganciamento), l’emissore, il messaggio, il codice, il canale di comunicazione, il ricettore, le sue reazioni al messaggio, e l’ambiente nel quale il processo (che non è one-shot, ma si sviluppa per cicli ripetuti e sempre più mirati) avviene e del quale il processo si nutre. Sino a divulgazione - quando avviene - la fa da padrona la riservatezza più severa, anche e soprattutto nei riguardi di amici, famigliari, e colleghi. E qui tiro le orecchie a quanti, e ne conosco troppi, discutono del loro lavoro e dei loro clienti al bar, al ristorante, e dovunque possano soddisfare vanità ed ego. Supponiamo ora che l’investigatore abbia agito in modo discreto e sicuro, che sia soddisfatto dei risultati e che cominci a mettere insieme le informazioni per creare la relazione da consegnare al cliente. Qui subentrano altre considerazioni di sicurezza: cosa pubblicare, cosa lasciar fuori, chi proteggere e chi esporre (fonti ed indagati), quale effetto si vuole ottenere e quali ripercussioni si preferisce invece evitare, quali saranno gli sviluppi futuri, e chi più ne ha più ne metta. Non tutte le informazioni sensibili vengono divulgate, ed il problema di sicurezza
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